Dentro l’intestino, un paesaggio invisibile
Quando mangiamo, ad un certo punto il cibo scompare dalla nostra vista. Continuiamo la giornata, camminiamo, lavoriamo, magari dormiamo, mentre dentro di noi quel pasto prosegue un viaggio fatto di trasformazioni sempre più piccole.
Se potessimo entrare nell’intestino tenue e osservare da vicino la sua parete interna, probabilmente la prima sorpresa sarebbe questa: non è affatto liscia.
La superficie presenta pieghe e numerosissimi villi intestinali, piccole strutture che ricordano delle dita rivolte verso il lume dell’intestino. Non sono un semplice dettaglio anatomico: aumentano enormemente lo spazio disponibile per gli scambi e per l’assorbimento dei nutrienti.
Ma possiamo avvicinarci ancora.
Un paesaggio dentro un altro paesaggio
Ogni villo è rivestito da un epitelio, un sottilissimo strato di cellule. Tra queste predominano gli enterociti, specializzati nell’assorbimento. Se ingrandissimo ulteriormente la loro superficie apicale — quella rivolta verso il contenuto dell’intestino — incontreremmo strutture ancora più piccole: i microvilli.
Qui il cambio di scala è sorprendente. Il villo è una struttura formata da tessuti e cellule; il microvillo, invece, appartiene alla singola cellula. È una minuscola estroflessione della membrana dell’enterocita. Ogni enterocita ne costruisce migliaia, ordinati uno accanto all’altro a formare quello che al microscopio viene chiamato orletto a spazzola.
E anche dentro una struttura tanto piccola esiste un’organizzazione. Ogni microvillo è sostenuto da un fascio di filamenti di actina, una proteina del citoscheletro che contribuisce a mantenerne la forma. La struttura dei microvilli e la loro organizzazione sulla superficie apicale degli enterociti sono descritte in dettaglio nella letteratura contemporanea.
Parete intestinale, pliche, villi, enterociti, microvilli. A ogni ingrandimento compare un nuovo livello.
Questa architettura non è soltanto affascinante da immaginare. Le misurazioni morfometriche indicano che villi e microvilli, insieme, possono amplificare la superficie dell’intestino tenue di circa 60–120 volte.
Non serve trasformare questa cifra in metri quadrati o cercare paragoni con campi da gioco. È già straordinaria così: il corpo riesce a creare una superficie di incontro vastissima ripiegando e organizzando strutture microscopiche all’interno di uno spazio relativamente piccolo.
Una frontiera viva
Su questa superficie avviene qualcosa di decisivo.
Finché le molecole ottenute dalla digestione rimangono nel lume intestinale, sono ancora separate dal nostro ambiente interno. Per diventare disponibili all’organismo devono quindi attraversare l’epitelio.
E quell’epitelio non è una parete inerte.
Le membrane degli enterociti ospitano trasportatori e sistemi molecolari che partecipano alla digestione finale e al passaggio delle sostanze. L’assorbimento non è quindi un semplice filtrare attraverso una parete, ma l’incontro tra ciò che arriva dal cibo e una superficie viva, selettiva e finemente organizzata.
Dentro ogni villo, subito oltre l’epitelio, troviamo poi una rete di piccoli vasi sanguigni e un vaso linfatico centrale, chiamato vaso chilifero o lacteal. È una delle immagini più belle di questa anatomia: una struttura microscopica che mette in relazione il lume intestinale con due grandi reti di trasporto dell’organismo, il sangue e la linfa.
Molti nutrienti assorbiti raggiungono i capillari e vengono poi trasportati, attraverso la circolazione portale, verso il fegato. Molti lipidi alimentari seguono invece inizialmente un’altra strada: all’interno degli enterociti vengono riassemblati e confezionati in particelle chiamate chilomicroni, che entrano nei vasi linfatici del villo e raggiungeranno solo successivamente la circolazione sanguigna.
Dal piatto alle cellule
Poche ore prima c’era un alimento nel piatto.
Poi la masticazione, la digestione, gli enzimi, i movimenti dell’apparato digerente. Alla fine di questo lungo processo, alcune delle molecole che lo componevano arrivano fino a una superficie microscopica, attraversano cellule specializzate e diventano disponibili per altri tessuti.
Tutto questo accade senza che ce ne accorgiamo.
Mentre leggiamo, camminiamo o dormiamo, lungo la parete dell’intestino esiste un paesaggio invisibile fatto di pieghe, villi, cellule e microvilli. Strutture minuscole che moltiplicano lo spazio e organizzano gli scambi.
Dentro pochi centimetri può nascondersi una superficie immensamente più grande. E lungo quella superficie, continuamente, una parte di ciò che era fuori di noi comincia a entrare nella nostra storia biologica.
Fonti essenziali
Jensen B., Intestino libero. Curarsi e purificarsi con l’igiene intestinale, Macro Edizioni, 2002. L’edizione italiana presente nel progetto riporta la prima edizione nel settembre 2002.
Helander H.F., Fändriks L., “Surface area of the digestive tract – revisited”, Scandinavian Journal of Gastroenterology, 2014; 49(6):681–689. doi: 10.3109/00365521.2014.898326.
Morales E.A., Gaeta I., Tyska M.J., “Building the brush border, one microvillus at a time”, Current Opinion in Cell Biology, 2023; 80:102153. doi: 10.1016/j.ceb.2023.102153.
Bernier-Latmani J., González-Loyola A., Petrova T.V., “Mechanisms and functions of intestinal vascular specialization”, Journal of Experimental Medicine, 2024; 221(1):e20222008. doi: 10.1084/jem.20222008.

Grazie per condividere con noi questo grande mistero che è il nostro corpo.
È molto bello sapere,conoscere come “funzionano”.
Continua così..😀
Buona giornata
Ciao Claudia, grazie infinite a te per l’apprezzamento.
Dietro questi velocissimi articoli ci sono tanti anni di studio e tanti anni di sveglie ben prima dell’alba. Credevo di farlo solo per me mentre, giorno dopo giorno, scopro che forse lo sto facendo anche per chi mi circonda.
Grazie davvero.
Un saluto a tutti voi.
Buon weekend.